Il silenzio degli alberi e gli indizi di un bosco inesplorato:

Alla scoperta della nostra
Intelligenza Ecologica con Thomas Miorin

Il nostro incontro si svolge a Milano, presso Cariplo Factory dove, tra molte altre imprese, ha la sua sede legale e i suoi uffici anche EDERA impresa sociale, la protagonista della nostra quarta storia raccontata attraverso i vissuti e le visioni del suo fondatore e amministratore delegato Thomas Miorin.

 

 

L’incontro con Thomas è uno di quei momenti intimi, volutamente portati in un luogo sicuro, un ufficio tranquillo e lontano dai brusii dei corridoi, dove poter anche emozionarsi parlando della propria creatura. Per me è stato un incontro importante, uno di quelli che non si esaurisce mai del tutto e resta con te, evolvendosi nel tempo e riproponendosi attraverso nuove domande e idee da confrontare nuovamente. Mi ha permesso di vivere e riconoscere una fragilità che trae forza e nuova linfa dal suo processo di continua trasformazione e rigenerazione. La nostra conversazione si è sviluppata tra immagini e riflessioni, come un cammino lungo un sentiero, alla ricerca di indizi, proprio come nella fiaba di Pollicino.

Come sempre nelle mie interviste, inizio con un “C’era una volta…” e Thomas prosegue senza esitazione:

“La storia che mi viene in mente è quella di Pollicino. C’era una volta Pollicino, che lasciava indizi lungo il cammino, giusto? Quindi c’era anche un bosco, perché è il luogo in cui, prima o poi, qualcuno si perde. Ed è proprio quando ci si perde che si ha bisogno di segni da seguire, o di qualcuno che indichi una direzione, che offra una visione più ampia del percorso.”

“Così inizia anche la storia di Edera, un nome vegetale, femminile,” prosegue Thomas, “che richiama la natura e il legame con la terra. È una storia che nasce in un bosco, un luogo che, in qualche modo, rappresenta ciò che facciamo e la nostra visione della sostenibilità applicata all’ambiente costruito, alle città. La storia, a un certo punto, rischia di dissolversi, perché si smarrisce tra grandi torri, sedi aziendali ed edifici super sostenibili, ricchi di certificazioni, bollini e riconoscimenti. Perché quel mondo e quelle città, per quanto all’avanguardia, sono ancora lontani dalla natura, dall’equilibrio con la terra e, forse, anche dalle persone. Forse, come Pollicino, avevamo bisogno di raccogliere gli indizi giusti per ritrovare la strada.”

“E quali erano questi indizi?” domando a Thomas.

“Il primo era comprendere come portare a tutti ciò che oggi è accessibile solo a pochi. Ci siamo chiesti: come può la sostenibilità diventare meno costosa e più accessibile? Come può la riqualificazione urbana trasformarsi in un’opportunità desiderabile, invece di diventare un incubo per chi la vive in prima persona?”

“Un’altra domanda che ci siamo posti riguardava il rapporto tra bellezza, varietà e processi industriali: come possiamo conciliare questi elementi, riducendo al tempo stesso i costi? E ancora, come possiamo tenere insieme città, industria e natura senza che una prevarichi sulle altre?”

“E poi c’erano gli indizi che ho colto nel mio percorso personale, che parlavano di un nuovo modo di relazionarmi con i colleghi, di un’idea diversa di organizzazione, di un approccio al profitto che fosse più equilibrato e consapevole. Questi piccoli “bocconi di pane” che abbiamo raccolto lungo il cammino ci hanno nutriti. Hanno dato forma a un’organizzazione che può essere paragonata a una pianta, proprio come l’edera.”

“L’edera è una pianta ribelle, cresce sui muri, si insinua negli spazi inaspettati, si aggrappa agli edifici e porta il verde nei luoghi più inaccessibili. Ma, soprattutto, è una pianta che rigenera. Cresce sugli alberi malati, li fa cadere e diventa concime, contribuendo così a un ciclo continuo di trasformazione e rinascita. Porta vita dentro le città.”

 

 

Mentre Thomas parla, mi lascio trasportare dalle sue riflessioni, al punto che faccio fatica a intervenire: ogni sua parola scorre in un flusso che non vorrei interrompere. Ma le immagini che il suo racconto suscita in me mi spingono a intervenire. Gli restituisco ciò che vedo: i processi che si ripetono, si rigenerano e, nel loro ripetersi, si arricchiscono di nuove sfumature, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso. Penso anche alla temporalità: tutto ha un suo tempo, nasce, genera energia e poi si spegne, eppure, pur nella sua linearità, si arricchisce attraverso i processi di rigenerazione e trasformazione.

“Sì,” continua Thomas, “anch’io mi ritrovo molto in questo concetto di circolarità. Credo che sia lo stesso per il nostro cammino: c’è un’idea, uno spirito, un’intuizione. E poi, ci sono questi piccoli segni, questi pezzi di pane che, di volta in volta, aggiungono qualcosa di nuovo. È come se ogni volta potessimo tornare su quei passi e arricchirli di un significato ulteriore.”
“Le cose esistono per un certo periodo, ma poi devono necessariamente evolversi. È un processo organico, naturale, in cui ogni trasformazione porta con sé la possibilità di un nuovo inizio. C’è questa idea di qualcosa che ha un suo tempo, che non è eterno, ma che, nel suo essere circolare, mantiene comunque un senso di continuità, quasi di eternità. Un concetto che, in fondo, richiama l’economia e la società ai cicli naturali. I cicli naturali che prevedono anche l’impermanenza: nulla è statico, tutto si trasforma.”

“Qualcuno ha provato ad applicare questo principio all’economia, sviluppando un progetto chiamato Bioecon. L’idea alla base è che anche il capitale, il denaro nei conti bancari, debba essere visto come un elemento organico, soggetto a un ciclo di vita e quindi destinato, prima o poi, a decadere. Non possiamo accumulare all’infinito – come lo scoiattolo che raccoglie le noci, perché dopo un po’ di tempo si vanno a decomporre – allora lo stesso dovrebbe valere per i nostri sistemi economici,  specialmente per i grandi centri di accumulazione. In questa visione, il denaro non è più una risorsa statica, ma qualcosa che, se non rimesso in circolo con un approccio rigenerativo, perde valore. È un’idea affascinante: una ricchezza che non si misura solo nell’accumulo, ma nella capacità di rigenerarsi e generare valore nel tempo.”

“Questa riflessione mi porta a un altro pensiero: è come se esistesse un’idea, uno spirito che rimane costante, mentre la materia continua a cambiare, adattandosi e riplasmandosi ogni volta in forme nuove. Un sistema organico, flessibile, che si può smontare e rimontare continuamente, senza mai perdere la sua essenza.”

 

 

“E se la favola di Edera avesse una colonna sonora?” chiedo. “Quale sarebbe?”

“Mi piacerebbe dirti che penso a una sinfonia di Brahms o di Beethoven, ma mi sembrano talmente alte, talmente nobili, che non mi sentirei di accostarle a questa storia. Ma c’è un brano che mi sembra più in sintonia con quello che stiamo dicendo. John Metcalfe ha pubblicato un album intitolato Tree. In un’intervista ha raccontato di essersi appassionato agli alberi, al punto da essere diventato una di quelle persone che li abbracciano.”

“L’album è un omaggio agli alberi, e una delle tracce è dedicata all’albero più antico del mondo. La prima canzone si chiama Xylem o qualcosa di simile. Lo xilema, sai, è il sistema vascolare degli alberi e delle piante. Il brano parte in modo tranquillo, quasi impercettibile, poi cresce, si intensifica, acquista vigore. Pensare che dentro un organismo apparentemente immobile come un albero ci sia la capacità di pompare acqua e distribuire linfa vitale fino a decine di metri d’altezza… Che energia incredibile, che intelligenza organica! Noi, invece, abbiamo bisogno di pompe, a volte pure alimentate da combustibili fossili, per fare lo stesso lavoro. Quanto siamo, per così dire, primitivi rispetto all’efficienza della natura.”

Thomas si interrompe un attimo, poi riprende: “Mi viene in mente tutto questo perché abbiamo parlato di boschi, di alberi, di sistemi in cui tutto è connesso. Questo pezzo musicale mi sembra in perfetta sintonia con quel sistema vascolare che pompa e porta vita, in modo silenzioso ma potentissimo. Eppure, dire che è efficiente non rende del tutto l’idea. È una parola un po’ fredda, quasi meccanica. In realtà, è un’efficienza che è in armonia con la vita stessa, un equilibrio che si alimenta con il minimo indispensabile, senza sprechi.”

“Quindi, se dovessi immaginare la vostra impresa come un corpo, sarebbe quello di un albero?”

“È proprio così: il corpo, il tempo, la vita… tutto è come un albero. Radicato nella terra, ma capace di crescere verso il cielo.”

“Inoltre, aggiunge Thomas, “quando dici ‘corpo’, la prima cosa che mi viene in mente è un corpo collettivo, un corpo fatto di tante persone. Il corpo di chi lavora insieme, il corpo delle persone che abitano negli edifici che cerchiamo di riqualificare. È come un corpo che non si esaurisce in un singolo individuo, ma si estende, si allarga, si mescola. Sì, è questa l’immagine che mi viene in mente.”

“E poi c’è anche la dimensione della città, che a sua volta ha una sua struttura organica e corporea, una realtà plurale che si ridefinisce continuamente.”

Fa un gesto con la mano verso le quattro torri di case popolari dietro di noi. “Prendi quegli edifici. Sono stati recentemente riqualificati. Non noi direttamente, ma alcune delle aziende con cui lavoriamo e che cerchiamo di coinvolgere in questo movimento. Ora hanno pareti fatte con scarti di riso, provenienti da Pavia. E pensa: il riso, quello che mangiamo, ha sempre prodotto una grande quantità di scarti, che venivano bruciati, creando emissioni inutili. Adesso, invece, vengono essiccati e trasformati in un isolante termico per queste case popolari, migliorando la qualità della vita di chi ci abita.”

Rimane in silenzio per un attimo, come se stesse visualizzando il processo. Poi riprende: “E quindi, dentro la città c’è anche un pezzo di campagna. Il corpo della città non è separato da quello della terra, è tutto intrecciato. È per questo che quando penso alla parola ‘corpo’, penso a qualcosa di più grande. Qualcosa di più ampio, più complesso, ma anche più armonico.”

 

 

Ascolto con molta attenzione ogni parola e quasi non ho voglia di interromperlo, ma l’intervista ha bisogno di altre due visioni di Thomas. Per avere la prima, chiedo:

“E se adesso potessi incontrare te stesso all’inizio di questo viaggio? Quel ragazzino che ha iniziato a raccogliere gli indizi lungo il cammino… che cosa gli diresti?”

“Il mio percorso lavorativo è sempre stato strettamente intrecciato con il mio percorso personale. Non li vedo come due cose distinte. Per me, la realizzazione professionale è sempre stata un equilibrio tra l’ego e il servizio, tra il desiderio di affermarmi e quello di costruire qualcosa che avesse un senso anche per gli altri. E in questo equilibrio c’è di mezzo tutto: l’economia, le relazioni, il modo in cui coordiniamo un progetto o gestiamo un team. Anche il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi.”

“E quindi, per risponderti… Sì, credo di essere ancora in armonia con quel ragazzino. Ma se potessi parlargli, gli direi di stare attento a una cosa. Gli direi che c’è un rischio, un rischio molto subdolo: quello di vendere parti di sé in cambio di riconoscimento. Non di una posizione sociale, ma proprio di quel bisogno profondo di sentirsi visti, apprezzati. E gli direi che forse, all’inizio, non si è interrogato abbastanza su cosa gli piacesse davvero. Su cosa lo faceva stare bene, indipendentemente da ciò che poteva piacere agli altri.”

“Questa è la cosa che mi commuove di più, e che credo sia la più vera. Gli direi di non svendersi, di non sacrificarsi per qualcosa che non ha valore. Gli direi di fermarsi, di ascoltarsi, di capire cosa davvero gli risuona dentro, senza farsi condizionare troppo da ciò che risuona fuori.”

Rimaniamo in silenzio per qualche secondo. Poi gli chiedo:

“E il futuro della tua impresa? Come lo immagini?”

 

 

Sorride. “Vedi, quello che mi colpisce è che, cinque anni fa, certe cose che dicevamo sembravano impossibili da realizzare in Italia. E invece, adesso, stanno prendendo piede. Stiamo crescendo, raddoppiando ogni anno. E quindi il futuro, per me, è legato a una frase che mi ripeto spesso: ogni cosa che facciamo può essere fatta nello stesso modo, ma con una motivazione diversa. Per me, quella motivazione è essenziale. Ogni azione può essere guidata da due spiriti diversi. Puoi alzare la penna e firmare un contratto per tenere in piedi una struttura, per farla funzionare. Oppure puoi farlo con quello spirito di attivismo, di desiderio di cambiare le cose, che era il motivo per cui abbiamo fondato questa realtà. Lo stesso gesto, ma una direzione completamente diversa. E questa è la sfida: mantenere intatto quello spirito, non perderlo lungo la strada.”
Fa una pausa, poi continua: “E non è semplice. Perché questo significa fare scelte che, a volte, sono più difficili, che richiedono più coraggio e più onestà. Ma per me il futuro sta tutto lì. Sta nella capacità di rimanere fedeli a quel nucleo iniziale, a quello spirito che ci ha mossi fin dall’inizio.”
“E alla fine, se ci pensi, è un po’ come quello che dicevamo prima sugli alberi. Ogni ciclo porta con sé qualcosa di nuovo, qualcosa che si rinnova. Se riusciamo a mantenere quella linfa viva, allora il nostro lavoro avrà sempre senso. Perché non sarà solo efficienza. Sarà armonia.”

Cura dell’intervista e della fotografia: Suzana Zlatkovic